Piano di Sorrento
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Il rito: una finestra sull’umano

Il rito: una finestra sull’umano

di Giovanni Gugg

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Socialità dei riti

Di fronte all’ignoto, il rito rappresenta un modo di organizzare il caos, quindi è una maniera per mostrare cosa fare. Le sue funzioni sono molteplici, perché il rito è al contempo una strategia per allontanare la paura, per dare senso ad un’inquietudine profonda, per spiegare quel che è sconosciuto, per rassicurarci di fronte a quel che sembra sovrastarci o, addirittura, per proporci una visione e un senso della vita, che in gran parte è, appunto, ignota.

In senso stretto, il rito è un complesso di norme, prestabilite e vincolanti, che regola lo svolgimento di una cerimonia, che può essere religiosa o secolare. Secondo la prospettiva socioculturale, è un “dramma sociale”, cioè una forma di comunicazione collettiva. Ne esistono innumerevoli forme e tipologie, come i riti legati al ciclo della vita, ad esempio il battesimo e il compleanno, il matrimonio e il funerale, o come quelli legati al ciclo dell’anno, tipo il Capodanno, la Pasqua o il Ferragosto. La varietà dei riti, però, è ancora più ampia; infatti, è possibile distinguere tra riti di passaggio e riti di guarigione, riti di iniziazione, riti di fondazione e così via.

Naturalmente, il rito con cui abbiamo più dimestichezza è quello con implicazioni sacrali, ossia quell’insieme di pratiche, azioni, suoni, oggetti, preghiere fissate da una tradizione scritta o orale, che una comunità spesso utilizza per entrare in relazione con entità soprannaturali, come ad esempio i riti della Settimana Santa e le feste patronali per i cattolici, oppure il pellegrinaggio a La Mecca per i musulmani o, ancora, la festa di Sukkot per gli ebrei; oppure i riti hanno la funzione di ribadire il legame ad una specifica istituzione, come la festa della Repubblica italiana il 2 giugno o quella della Liberazione il 25 aprile. Ogni rito, cioè, è un una specie di “finestra critica” della relazione che i gruppi umani hanno con il proprio ecosistema, ambientale e istituzionale.

Le cerimonie della Settimana Santa vanno considerate come un’unica celebrazione liturgica e folklorica, che dimostra notevoli capacità organizzative e un rilevante impegno di famiglie, confraternite, gruppi culturali. Minuto o spettacolare che sia, ciascun rituale di questa settimana partecipa alla scansione di un momento altamente emozionale che stringe a sé l’intero corpo sociale, fungendo così da collettore e da ritratto. Queste liturgie, cioè, assurgono ad una funzione specifica, quella di narrare e drammatizzare dei sentimenti immensi ed esemplari: un dolore e poi una gioia, un lutto e poi una rinascita, ossia la sofferenza della Madre che ha perso il Figlio, ma che alla fine trionfa sulla morte. Allo stesso tempo, sono una forma di viaggio sia reale che interiore, sia individuale che collettivo: un movimento di ascensione al sacro che permette un rinnovamento non solo di sé stessi, ma anche del vincolo devozionale.

Riti della Settimana Santa

Al di là degli aspetti religiosi, per capire le cerimonie della Settimana Santa di Piano di Sorrento, e della Penisola Sorrentina in generale, è necessario chiarire che sono una sospensione del tempo calendariale, cioè sono una parentesi del quotidiano e possono essere inquadrate come una risposta comunitaria al senso di precarietà esistenziale.

Caratterizzate da tristezza, mestizia, riserbo e lutto, queste cerimonie si manifestano in tante modalità concrete: dall’allestimento artistico dei “Sepolcri” il Giovedì Santo ad alcune forme di “drammatica popolare”, ossia di rappresentazioni teatrali con figuranti e attori; tuttavia, la pratica principale è quella delle Processioni degli Incappucciati, che a Piano di Sorrento, con tutto il loro carico simbolico, si svolgono come “Via Crucis” nelle settimane precedenti, ma soprattutto come imponente corteo funebre tra la sera del Giovedì Santo (Venerabile Arciconfraternita della Santissima Annunziata) e il Venerdì Santo – la mattina (Venerabile Confraternita della Purificazione di Maria Santissima, Arciconfraternita della Morte e Orazione, Venerabile Arciconfraternita dei Pellegrini e Convalescenti della SS. Trinità) e la sera (Arciconfraternita della Morte e Orazione).

Attraverso la sacra rappresentazione della Passione del Cristo, tali processioni offrono uno spaccato sull’orizzonte culturale della comunità che le realizza, in cui vi si possono riconoscere due funzioni principali. La prima è che riattualizzano l’evento di fondazione, cioè la morte e la resurrezione del Cristo, ovvero il miracolo per antonomasia: un evento che è al tempo stesso reale e simbolico, presente e passato, è avvenuto una volta e avviene qui e ora. La seconda è che si tratta di una manifestazione vissuta contemporaneamente da tutti (protagonisti e pubblico), per cui, oltre ad essere un’espressione di socialità e ad esercitare una funzione aggregante, può venire intesa anche come specchio dell’organizzazione sociale, cioè dell’ordine costituito.

Le processioni della Settimana Santa in Penisola Sorrentina, infatti, rispettano almeno tre fondamentali codici organizzativi della sfilata:

  • un segmento introduttivo che ha funzione sia di “richiamo acustico” (la banda musicale che suona motivi funebri), sia di identificazione (le quattro fiaccole d’apertura accese nel buio della notte);
  • un ampio segmento centrale che riguarda propriamente l’oggetto della sfilata (i ‘martìrii’, le croci, le statue dell’Addolorata e del Cristo Morto, il coro polifonico maschile – ma in alcune processioni è presente anche quello femminile – che intona il Salmo 50 “Miserere”);
  • un segmento conclusivo costituito dalle autorità ecclesiastiche e civili, soprattutto forze dell’ordine in alta uniforme.

Inoltre, movendosi sempre all’interno di uno spazio preciso, le processioni sono anche un modo per esprimere appartenenza ad un determinato territorio, quindi agiscono come strumento identitario: l’atmosfera che creano è un insieme di ricordi e sensazioni, di suoni e sapori, di profumi e senso di comunità.

Assenza dei riti

In quanto tradizionali, i rituali danno spesso l’illusione della permanenza, sebbene riescano costantemente a adattarsi ai tempi e alle esigenze, perché, quando è viva, ogni celebrazione popolare è un forte collettore sociale che permette alla comunità nel suo insieme – e a ciascuno nella sua individualità – di sentirsi parte di un gruppo, ma soprattutto di una storia.

Per due anni consecutivi, nel 2020 e nel 2021, abbiamo vissuto una coincidenza tra quaresima e quarantena, che ha comportato l’assenza di riti collettivi in presenza, soprattutto tra la Domenica delle Palme e la Domenica di Pasqua. L’impossibilità di svolgere cerimonie e processioni ha, da un lato, alleggerito i giorni in cui si celebra la Passione di Cristo dalle sovrastrutture mediatiche, determinando un inevitabile ripensamento di quel che significa rinuncia, penitenza, restrizione, preghiera, carità, mentre dall’altro, con il ritiro domiciliare, la ricerca della distanza e l’utilità della discrezione, ha favorito un recupero di senso per gli atti devozionali intimi, le offerte votive, i gesti di umiltà. Tuttavia, l’assenza delle processioni ha inevitabilmente anche smarrito e sospeso: ci siamo accorti che quei rituali, a volte misteriosi, a volte incompresi, erano invece importanti per non perdere l’orientamento, anche nella società contemporanea così ricca di informazioni e stimoli. Infatti, certe necessità restano costanti nel corso dei secoli: far parte di un gruppo o distinguersi da altri, manifestare la propria devozione ad una divinità, guarire il corpo malato, dialogare con l’aldilà e ricordare gli antenati, abbandonarsi alla meditazione o avvicinarsi all’infinito, unire due vite in matrimonio, affrontare una nascita o un funerale sono contesti diversi, che tuttavia riusciamo a gestire con più efficacia ricorrendo, appunto, ai riti.

Per quanto fosse giustificata da ragioni sanitarie, l’interruzione di queste pratiche ha avuto effetti sul legame emotivo tra i membri della comunità, sul consolidamento dell’appartenenza, sull’organizzazione dello spazio e del tempo. Ma nonostante la sospensione non si è stati fermi, perché si sono cercate delle modalità alternative che tenessero insieme passato, presente e futuro, spesso in modo creativo, talvolta spontaneo, ma sempre con l’intenzione di difendersi dall’atomizzazione. Basti pensare alle messe via-social, alle preghiere via-radio, alle candele virtuali sugli smartphone, alle benedizioni dai tetti delle chiese, alle statue sacre esposte fuori dalle basiliche… Gesti minimi e apparentemente irrazionali, ma che invece hanno contribuito a far stare in contatto con amici e familiari, con la propria comunità. E questo è avvenuto anche nei due Venerdì Santo più silenziosi degli ultimi secoli, quelli di un silenzio non di raccoglimento, ma di vuoto, per cui sono state organizzate filodiffusioni dei salmi, tradizionalmente intonati dai cori polifonici, o sono state allestite mostre fotografiche o, ancora, qualche singolo devoto si è affacciato al balcone di casa in tenuta da Incappucciato e con un lampione acceso, figura esemplare di tenacia e caparbietà per tentare di non andare alla deriva nell’oceano del tempo.

Riti nel futuro

Quelle piccole pratiche hanno permesso che la tradizione non si spezzasse, quei “riti in emergenza” hanno simboleggiato una continuità tra le generazioni che ha contribuito a curare la ferita causata dalla pandemia, preservando il sentimento di coesione. In un loro volume del 1882, Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino osservarono che i riti della Settimana Santa sono «un anello che ci lega a’ padri che sono iti ed ai figli che saran per venire». Nella società contemporanea, così diversa da quella di 140 anni fa, eppure anche questa provata da varie crisi – dagli shock sanitari, bellici e finanziari –, nonché dal paradosso di un benessere che spesso anestetizza, i solenni cortei del Venerdì Santo esprimono tuttora un ancoraggio che dà senso al nostro esserci.

Tenacemente fedeli a sé stessi, eppure costantemente rinnovati, il ché li mette al riparo da possibili strumentalizzazioni reazionarie, questi riti sono un racconto tradizionalmente codificato del dolore e della speranza, un modo culturalmente elaborato di affrontare l’incerto e l’incredibile, un grande ordito letterario, mitico, religioso, antico e attuale a cui nessuno di noi può sottrarsi. Per tali ragioni, sono anche un bagaglio di conoscenze a cui far ricorso nei momenti di smarrimento e confusione.

Nella Settimana Santa di questo 2022, le processioni del Venerdì Santo finalmente fanno ritorno, e a Piano di Sorrento sono accompagnate da un gran numero di nuove iniziative, come “La nostra Passione”, ovvero cinque installazioni nelle chiese del centro storico dove sono esposti gli oggetti che caratterizzano le singole Confraternite e i simboli portati in processione. Importanti sono anche i concerti bandistici che prevedono l’esecuzione delle marce e degli inni tipici carottesi, o questo stesso opuscolo che, ormai da tre decenni, è una testimonianza che si rinnova anno dopo anno.

I riti del 2022 sono speciali perché rappresentano una ripartenza, ma sono implicitamente anche un momento di cordoglio dei defunti e di commemorazione collettiva di quel che abbiamo affrontato (e stiamo ancora attraversando). Quest’anno più che mai, le Processioni sono uno strumento per ricordare, sono una memoria di cui abbiamo molto bisogno, per non dimenticare la gravità del disastro, le sue vittime, la fatica, i sacrifici, lo sconforto. Le Processioni sono un “pianto collettivo” e queste del 2022 ci ricordano che il “pianto confinato” degli ultimi due anni può trasformarsi in un “lutto culturale”, per cui vederle sfilare nuovamente nelle nostre strade è un tesoro da non dilapidare e, anzi, da custodire con cura, affetto e riconoscenza.

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