Piano di Sorrento
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Il Gallo

Mons. Arturo Aiello

Opuscolo Settimana Santa 1996 – fonte: www.pianoincipit.com

Una vecchia foto giallo-ocra ritrovata nell’archivio della mia confraternita mostra mio nonno Michele in processione con il sacco e in mano un vassoio scuro su cui giace un gallo. Sul retro, appena visibile, la punta di un pennino attesta l’annata: “Pasqua 1921”. E’ bastata più delle prove del Miserere e dei profumi quaresimali, ad immettermi nell’atmosfera magica e allusiva delle processioni. (Da noi basta il plurale per indicare, senza ombra di dubbio, le processioni della settimana santa). Ho chiesto al priore di poter avere per qualche giorno quella foto, me l’ha consegnata in segreto approfittando dell’alterco in corso tra un cerimoniere ed il primo assistente. 

E’ sulla mia scrivania, appoggiata ad una pila di libri universitari, come una reliquia. La guardo e riguardo scoprendovi sempre nuovi particolari. 

Quasi mi parla. Il gallo che mio nonno porta con solennità nel vassoio non è di ceramica e nemmeno imbalsamato come ne ho visti sfilare in questi anni: deve essere vivo perchè ha le zampe legate. La cosa mi ha incuriosito e sono riuscito a scoprire, interrogando i vegliardi della congrega, che “una volta il gallo si portata vivo e… ubriaco”. Una buona dose di vino rosso posta nell’abbeveratoio era l’unica precauzione che i confratelli di una volta assumevano perché il gallo se ne stesse buono per l’intero tragitto delle processioni. Dopo una breve ricerca archeologica ne ho voluto sapere di più: ma che ci fa un gallo, ubriaco o imbalsamato che sia, nel racconto vivente delle processioni? 

II. GALLO ANNUNCIATO 

Vi e mai capitato di ricevere un annuncio di morte o, comunque, una cattiva notizia nel bel mezzo di una festa o di un pranzo? Cala improvvisamente una coltre funerea su tutti e le risa si spengono, la sorsata di vino vi resta tra l’esofago e lo stomaco, tutti si fermano come incristalliti per un incantesimo. L’orchestra tace e un silenzio tombale reprime financo il respiro. Fu così quella sera di giovedì santo (santo o maledetto?) quando ci ferì la sua voce: “Uno di voi mi tradirà!”. Non fu più dolce il vino, non più calde le parole, ci svegliammo da un sogno troppo bello e lontano dalla realtà. 

Mi guardo allo specchio. “Sono forse io. Signore?” Allora come oggi si gioca a scaricabarili: ci sentiamo tutti giusti, troppo onesti per essere traditori. Mio nonno nella foto ingiallita ha gli occhi tristi e i baffi alla “Umberto” mancano della solennità che in altre foto di famiglia ho intravisto. “Anche tu, nonno, lo hai tradito?”. Ho recitato così bene davanti a mia moglie, dopo averla tradita, che non sapevo più distinguere se la verità fosse la menzogna che stavo affermando o il fattaccio che cercavo di nascondere. Ieri sera, in una riunione del governo, ho fatto un intervento così convincente sulla moralità dei confratelli, che mi sono meritato le congratulazioni del padre spirituale. E’ vero, nonno, tutti costruiamo una immagine di rispettabilità, usiamo frasi e luoghi comuni per attestare le nostre buone disposizioni, ma in fondo… Allora Pietro disse: “anche se tutti si scandalizzassero di te, io non lo sarò!”. E Gesù: “In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte”. 

IL GALLO IN AZIONE

Stanotte Giacomo, mio figlio, è tornato alle tre. Aveva l’aria stravolta e gli occhi bassi. Mi sono alzato per rimproverarlo (frequenta cattive compagnie), ma proprio quando stavo per vestire la toga del giudice, sono stato fermato dallo sguardo del nonno: “con quale coscienza rimproveri tuo figlio… tu che fai le stesse porcherie?”. Ho maledetto il momento in cui ho portato in casa quella foto. Si, ricordo, ha usato proprio questo termine “coscienza”. Ho fatto finta di andare in bagno. Almeno una volta all’anno, dai lontani meandri della mia infanzia riemerge il termine “coscienza”. Accade puntualmente nella processione della note che fra tutte preferisco. L’anno scorso è accaduto all’angolo di via Cermenna, due anni fa fu a via Galatea…, un altro anno alla strozzatura di via Cassano. Potrei descrivervi l’ombra enorme di quell’ulivo dietro cui si smagliava il plenilunio, erano le tre. Nessuno per strada, la stanchezza che si fa sentire, in giro solo le ombre degli incappucciati. Dietro il muro di tufo un gallo canta. Ferisce la notte con il suo grido rauco mentre un brivido mi attraversa la schiena. Una folla di immagini e ricordi violentemente si impadronisce del cuore fino a farmi male. Mi vedo a cinque anni già nel coro dell’inno…. qui sono adolescente e porto il lampione…, quando mi diedero da portare la canna con la spugna, per la prima volta incrociai gli occhi di quella ragazza che doveva diventare mia moglie…, gli anni luminosi e inquieti della giovinezza li ho trascorsi tutti a cantare il Miserere…. poi “maestro di bacchetta” fino a far parte dei probiviri del governo. Quanti ricordi, quante speranze, quanti ideali! Da giovane piangevo cantando il Miserere per colpe che nemmeno erano veniali!

Chi dà il via a quel maledetto gallo che ogni anno, mi denuda, mi tormenta? E perché canta sempre a quell’ora? Forse tu, nonno, dalla foto del medaglione sulla lastra del cimitero telecomandi quel canto? “Un canto nella notte mi ritorna nel cuore, rifletto e il mio spirito si va interrogando” mi sembra che reciti un salmo. Allora mi ricordo di ciò che ero e ciò che sono, dei sogni della giovinezza e della prosaicità del presente, delle parole di Gesù e dei miei rinnegamenti. Tirerei il collo volentieri a tutti i galli del comune per non dover subire anche quest’anno quello che chiamo tra me “il processo del gallo”. 

IL GALLO MESSAGGERO

E se fosse ancora il gallo del nonno a cantare? “Impossibile – mi ha risposto un mio amico esperto di pollaio – anche perché il gallo ubriaco delle processioni finiva in padella per il pranzo di Pasqua!”. Il nonno mi ha finalmente sorriso dalla vecchia foto facendomi capire che il gallo è dentro di me. 

La mia coscienza. Non so se sarà approvato, ma ho fatto mettere all’ordine del giorno della prossima riunione: “sostituzione del gallo imbalsamato con un gallo vivo”. Il segretario che annotava ha già riso della mia trovata “estemporanea”. Non voglio avere una coscienza di ceramica o… imbalsamata…, voglio cambiare, per quanto ancora il gallo dovrà cantare per ricordarmi che sono un traditore? 

“Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò delle parole che Gesù gli aveva detto e scoppiò in pianto.”

Era da vent’anni che non lo facevo, come Filumena Marturano. Quando il gallo ha cantato stanotte, ero già in tensione, è stato come un segnale da tempo convenuto. Sono scoppiato in pianto. Non ho avuto pudore né remore a farlo davanti al priore e agli altri. La mantella e il medaglione d’argento ne sono stati inondati. No, non è stato disperato il mio pianto, ma liberatore, come la prima volta, appena nato. Hanno cercato di consolarmi perché piangi? “Si sta facendo giorno – ho risposto – non lo sentite il gallo? Annuncia alba di Pasqua!”.  

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