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Il sacco

Mons. Arturo Aiello

Opuscolo Settimana Santa 1997 – fonte: www.pianoincipi.com

Uno dei riti che segna l’inizio del “tempo delle Processioni” e quindi della Quaresima è l’inventario delle vesti che puntualmente avviene nelle sedi delle confraternite. L’apertura degli “stipi” con immancabile afrore di umido o di naftalina è un segno vissuto da pochi cui segue la conta e l’interminabile piegare che richiede più di qualche giorno. Migliaia di vesti bianche, rosse, o nere hanno rivisto la luce in questi giorni e catalogate, piegate, lavate, stirate e consegnate, attraverso cento mani ci giungeranno in tempo per essere indossate per l’eterno sfilare delle Processioni. I ragazzi faranno a gara per averne una. i bambini si raccomandano alle mamme, i giovani andranno di persona a ritirarle, le mogli hanno già pronto il ferro da stiro per eliminare pieghe indesiderate e per dare un tocco personale a ciò che i mariti si preparano ad indossare. E’ un fervore di attività, di contributi, cui si uniscono profumi, sentimenti, significati reconditi che qui vorremmo insieme riscoprire. Pochi sanno che la tradizionale “veste della Processione” si chiama in termini tecnici “sacco”, sacco della fratellanza. E’ un segno di appartenenza, un distintivo, un modo di riconoscere una fratellanza dall’altra, tanto è vero che nel linguaggio popolare che tende sempre a riassumere, ogni processione prende nome dal colore delle vesti dei confratelli: “la nera”, “la bianca”, “la rossa”.

Vestire il sacco di una o l’altra famiglia è attestare di appartenervi conoscere la storia e l’identità della fratellanza, condividerne le finalità, aderire allo spirito che la anima. Farò più attenzione quest’anno all’atto in cui andrò a ritirare la veste e nei giorni in cui la terrò, come al solito, appesa nel mio guardaroba tra cravatte e doppio petto; la indosserò con più solennità a casa prima di uscire o sul piazzale della chiesa come se fosse una liturgia, una nuova firma alla spiritualità della mia confraternita un pubblico alto di appartenenza alla Chiesa. 

Oltre all’adesione ad una famiglia particolare il sacco della fratellanza ha alcuni significati in comune ai “rossi” come ai “bianchi”, ai “neri” e ai “celestini”. Questi significati comuni vorrei ricordare ai fratelli dell'”INCIPIT”. 

Il sacco è innanzitutto una veste penitenziale, esprime, in fondo alla Quaresima, quanto abbiamo ripetuto più volte dal mercoledì delle Ceneri: siamo peccatori, dobbiamo convertirci! Nell’antichità quando non era così facile e immediato confessarsi, coloro che chiedevano il perdono alla Chiesa indossavano per tutto il tempo della Quaresima un sacco che li faceva riconoscere come penitenti, candidati al perdono che veniva amministrato nel triduo pasquale. Nel libro di Giona è raccontato che, alla predicazione del profeta, tutta la città di Ninive indossò il sacco in segno penitenziale, dal re all’ultimo suddito. Il sacco come veste penitenziale mi ricorda che è inutile partecipare alle processioni senza voglia di cambiare, senza porre gesti concreti di conversione, senza aver trovato il tempo di confessare i miei peccati, in ginocchio dinnanzi a un ministro di Dio. Con il sacco della fratellanza andrò gridando nelle processioni: “Sono un peccatore, ma voglio cambiare! Dio abbia pietà di me e mi benedica!”. 

Il sacco della fratellanza è anche una veste povera. Non porta la firma di Armani, o di Versace, non è sottoposta, come giacche e pantaloni, alle tendenze di stagione; non consultano gli orientamenti della moda i confratelli del governo che ora sono impegnali alla ” conta”, ma la veste che indosserai quest’anno è la stessa dell’anno scorso, ha lo stesso taglio di quella che indossava tuo nonno e che in futuro sarà consegnata ai figli dei tuoi figli. E’ una veste povera che ci ricorda che l’uomo non è importante per l’abito che indossa, per le firme con cui arricchisce il suo guardaroba, ma perché Dio stesso ha firmato il suo corpo e il suo cuore all’atto della creazione: “a immagine di Dio lo creo”! La veste povera li farà scoprire che non vali per ciò che hai, ma per ciò che sei: figlio di Dio. Il sacco, veste povera, è uno schiaffo alla tua vanità e alla tua smania di apparire: bianca o nera. mantellina rossa o celeste, sarà un richiamo all’essenziale che è invisibile agli occhi. 

Il saco che indosserò a giorni ha lo stesso taglio, lo stesso colore, sarà munito dello stesso cordone, sarà in tutto ugunale a quello degli altri: è la veste dell’uguaglianza. Prima che la rivoluzione francese lo sancisse, realizzando una parola di Gesù, le confraternite, pur strutturate al loro interno con ruoli diversi, hanno vissuto la uguaglianza fra i fratelli: il professionista e l’operaio, il dipendente e il datore di lavoro, il giovane e l’adulto, il bambino e l’anziano si distingueranno a fatica sotto la stessa veste di fratelli. Soprattutto con il cappuccio abbassato (non sarebbe più bello avere tutti il volto coperto?) non si è riconosciuti: la lancia è portata da un giovane o da un anziano? Quell’uomo che singhiozza portando la colonna è un marito abbandonato o un adolescente innamorato? E quell’altro che ostenta sul vassoio i trenta denari è un amico o un nemico? Per lo spettatore come per chi sfila in processione non ci sono differenze, saremo tutti solo poveri uomini in cerca di redenzione.

La veste della confraternita così facile da tagliare e cucire, senza pieghe e passamanerie, somiglia tanto ai camicioni che venivano fatti indossare ai condannati. Nelle tele del settecento napoletano per questo motivo non si distinguono i condannati al patibolo dai confratelli della buona morte che li accompagnano sul palco mostrando loro il crocifisso da baciare. E, più vicinoa noi, le testimonianze dei campi di concentramento ci presentano uomini ammassati e rivestiti di uno spregevole abito comune. Il sacco della fratellanza e dunque anche la veste del condannato. Anche Gesù fu rivestito di un abito rosso all’atto della sua condanna Mi sentirò un condannato alla sequela di un Maestro Crocifisso, sentirò che la Sua morte ha sostituito la mia, il Suo Sangue ha lavato il mio sangue infetto, la Sua ignominia hla risparmiato la mia elterna confusione. Sentendo nella veste comunione con il Condannato per eccellenza, avvertirò anche i sospiri e le lacrime di tutti gli uomini offesi e derisi, calunniati e umiliati, derubati dei loro diritti e oppressi. 

Quanti significati in una veste da processione! Cercherò di mentalizzare queste suggestioni per indossare con più coscienza il sacco della mia confraternita, sentirò il ruvido della veste penitenziale, il tanfo della veste povera, la semplicità della veste dell’uguaglianza, l’ignominia della veste del condannato. 

Il mio Priore ha chiesto e ottenuto che da quest’anno i cappucci non saranno coreografici, appoggiati sulle mantelline o portati come sciarpe, ma calati sul volto come vuole la tradizione. I portatori della Madonna e del Cristo non sentiranno il bisogno di fare mostra di se nella filata sui corso, i cerimonieri saranno irriconoscibili e non sarà possibile fare l’occhiolino al fotografo o alla ragazza attenta alla passerella della virilità. A un segno convenuto scenderà, come un sipario, il cappuccio sul volto di tutti, scomparirà il mondo e le sue lusinghe, inizierà la processione degli incappucciati, Giuda non si distinguerà da Giovanni, Pilato da Caifa, Pietro dal Cireneo: saremo una massa indistinta di oppressi e oppressori, falchi e colombe, buoni e cattivi. Una massa in cammino verso la redenzione, alla ricerca di Dio e dell’uomo, alla sequela di Cristo. “Amico, perché sei venulo?”. “Andiamo a morire con Lui”. “Crucifigge!”. “Gesù. ricordati di me nel tuo regno!”: mi si confonderanno le battute nella mente, mi sentirò Centurione e Giuseppe di Arimatea, Giacomo e Marco, la croce o una spina della Sua corona. Il vento gonfierà le vesti ed il cuore batterà all’impazzata nella memoria di un condannato che ci ha salvati tutti. Inutilmente il maestro del coro intonerà il Miserere perché non avremo più voce sotto i cappucci inzuppati di pianto.  

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