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Miserere

Mons. Arturo Aiello

Opuscolo Settimana Santa 1998 – fonte: www.pianoincipit.com

Il passaggio dall’Inno” al “Miserere” segnò l’inizio della mia adolescenza con la fatica di memorizzare il testo latino senza capire nulla, con il pericolo di dividere le sillabe senza senso. Fu una conquista, un passaggio di status, una promozione, un avanzamento di carriera essere ammesso nel coro: “Non sono più un bambino! Sono grande ormai!” mi dissi, a quindici anni, varcando la soglia della mia Confraternita. Non sapevo neppure di cantare un Salmo e tanto meno un “salmo penitenziale”, non conoscevo Davide con la sua storia, per me il Miserere era un motivo. Lo sentivo nell’aria venire puntuale con la primavera, fioriva con le fresie sul muro tufaceo del giardino del nonno o sorgeva dal mare con quell’odore strano di febbraio? 

Non so, ma ricordo che era solo un motivo grave sulla bocca dei grandi, triste negli occhi degli anziani del coro che lo cantavano da cinquant’anni, solenne sulle labbra di mio padre che non mi vide o fece finta di non vedermi quell’anno in cui varcai la soglia dell’adolescenza entrando a far parte del Miserere. Quell’anno, e per molto tempo ancora, per me fu solo un motivo un pò triste nelle stanze di un cuore ancora vergine e ignaro dell’amore e del dolore. 

“Et malum coram te feci”, dai meandri della memoria insieme ai conati di vomito, tra i fumi del vino chi mi suggerì questa frase? Il mozzo che cercava di soccorrermi o la mia coscienza, nonostante tutto, ancora desta? Non so. Ricordo che ero sul ponte, a Monbasa, la notte del mio ventiquattresimo compleanno. Solo qualche ora prima mi ero lasciato trascinare in un locale equivoco lasciandovi una manciata di dollari e la mia ingenuità. “Ho fatto il male davanti a Te!”: l’espressione del Miserere mi fece compagnia e mi torturò tutta la notte e non voleva andar via come il profumo di quella donna sulla mia pelle e l’amarezza degli ideali traditi nel mio cuore.

Da allora anni, decenni di arrivi e di partenze, volti, porti, tempeste sul mare, tempeste nel cuore. Eppure ogni anno, dovunque mi trovavo, pur con la confusione degli emisferi e delle costellazioni, la Settimana Santa mi richiamava a casa con i suoi rituali, i suoi profumi, le sue rappresentazioni. La veste mi veniva gentilmente recapitata a domicilio perché tutti sapevano che il mio posto nel coro non sarebbe stato vuoto ed io, con le referenze godute in Compagnia, giungevo puntuale anche dall’America del Sud o dal Nord Europa. “Purificami con issòpo e sarò mondato; lavami e sarò più bianco della neve”: di anno in anno sentivo che Dio aveva bisogno per me di una dose più abbondante di issòpo. 

“Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe” questo passaggio del Miserere mi venne incontro a cinquant’anni quando percepii per la prima volta che Dio mi fissava ed io ero nudo davanti a Lui senza possibilità di nascondermi. La giovane moglie del Primo Ufficiale, mio amico, era venuta a rompere la tremenda monotonia della vita a bordo ed era bellissima. Dimenticai il mio ruolo di Capitano e di amico, di marito e di padre, di credente e di confratello. 

Accadde tutto in una notte di mare grosso: il mio amico Primo Ufficiale, dopo aver scoperto vuota la sua cabina, scomparve tra i flutti neri del mare di Guascogna. Cercai di dimenticare. Quell’anno il parroco fece precedere l’ultima prova del Miserere da un momento di riflessione. Fu allora che venni a sapere di Davide, della sua passione per Betzabea, di Urìa, dell’omicidio. Man mano che il parroco parlava, mi inseguivano le immagini, i paralleli, le coincidenze. Quando giunse alla narrazione del profeta Natan che va da Davide, mi attraversò un fremito nella schiena, fissandomi mi puntò l’indice contro e gridò: “Tu sei quell’uomo!”. 

“Amplius lava me ab iniquitate mea, et a peccato meo munda me…”. “Il Capitano è rauco stasera?”, “Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepii me mater mea…”, “Non si sente la voce del Capitano!”, “Domine labia mea aperiès, et os meum annuntiabit laudem tuam”, ma la mia bocca restava serrata nonostante crescesse il brusio tra una strofa e l’altra. Ma io non sentivo che il pianto di Davide e la processione cui partecipavo da decenni mi si apriva in una inedita, coinvolgente versione. Sul catafalco, tra i lampioni, non c’era la solita statua del Cristo morto, ma, tra le lacrime, vi vedevo disteso il corpo esangue di Angelo che io avevo tradito e perduto. Anch’egli doveva avere non più di trent’anni. E, voltandomi indietro per sfuggire all’orrenda visione, incrociai lo sguardo di sua madre in gramaglie, pallida e addolorata come la statua della Vergine. Davide e Giuda si rimescolavano nel mio sangue impedendomi di avere una netta coscienza di me. Caino e Pilato mi chiamavano dai meandri della storia impastando la loro alla mia grande amarezza. 

“Sacrificium Deo spiritus contribulatus, cor contritum et humiliatum Deus non despicies.”. “Non despicies”, l’ultima frase della strofa restava impigliata nella memoria come la luna in quel noce che svettava alto come una croce oltre il muro di un giardino. “Tu, Dio, non disprezzi un cuore affranto e umiliato”,”Non despicies”, ripetevo come un demente in preda a una crisi, non vedevo altro che il mio male e lo sguardo di Dio che non mi disprezzava. Gridavo e piangevo: “Non despicies!”, “Non despicies”. I coristi alzarono la voce per coprire il mio gridare, per far rientrare il Capitano che sembrava fuori di sé, ma io, barcollando, puntai dritto verso il parroco e affondai il volto sulla sua zimarra chiedendo pace per un cuore affranto e umiliato. La mia confessione, forse, la ascoltarono in tanti, certamente il priore e i due assistenti; man mano che raccontavo mi pacificavo come liberato da un demone. Non tomai al mio posto, restai accanto al priore e ai due assistenti; dopo l’assoluzione il parroco continuò a tenermi per mano fino alla fine della processione. Rientrai in chiesa così, portato per mano, senza vergogna, come quei bambini, confratelli in miniatura, che dopo qualche tratto di processione, fanno i capricci e vengono portati dai cerimonieri dai loro papà e, mano nella mano, trascinandosi, vengono avanti piangendo. 

Sono passati dieci anni da allora. Dieci anni di grazia. I più belli e sereni della mia povera vita. “Come sei cambiato!” – mi dicono in tanti. “E’ stato il Miserere!” amo rispondere. Anche quest’anno, più attesa che mai, mi è stata recapitata la veste. “Sarà per l’ultima volta!” ho detto a mia moglie. Quando il medico di famiglia, con fare circospetto e imbarazzato, mi portò l’esito della biopsia ebbe un calo di voce nel pronunciare la mia condanna: “carcinoma”. “Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam” fu la mia risposta immediata e serena. Da due anni, tra referti e medicine, chemio e cobaltoterapie, mi sono abituato a riposare sulla prima battuta del Miserere e trovo particolare pace in quel “magnam misericordiam”, “grande amore” che mi appare un’uscita di sicurezza dal tunnel della mia precaria condizione. “Secundum magnam misericordiam tuam”: se ha perdonato a Davide, a Pietro e a Giuda – mi ripeto – ci sarà perdono anche per me. Gesù è morto anche per il Capitano! Ai priori e ai cerimonieri voglio raccomandare, prima di partire: cambiate quello che volete nelle processioni, ma lasciate intatto il Miserere! Non la lancia o il lampione, non il labaro o le mille croci di ogni forgia e misura, il Miserere mi ha cambiato! Il Miserere mi ha salvato. Mia moglie già lo sa, ma ora lo dico a tutti, se dovessi morire per strada o in piazza, sul sagrato o in un negozio, fatemi la carità di ripetere (non voglio sentire altro nell’ultimo istante in questo mondo): “Misererò mei Deus secundum magnam misericordiam tuam”. E così sia. 

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