Piano di Sorrento
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E saranno lacrime

Mons. Arturo Aiello

Opuscolo Settimana Santa 2001 – fonte: www.pianoincipit.com

E’ un gioco vecchio quanto il mondo quello di coprirsi il volto. Lo abbiamo appreso da bambini, forse in assoluto la prima forma ludica, e ancor oggi lo riproponiamo ai nostri figli al primo risvegliarsi della loro coscienza, prima ancora che essi imparino a parlare e camminare. Quando l’adulto si copre il volto, il bambino si rabbuia per tornare a sorridere al cadere del velo. Inconsapevolmente i genitori di tutti i tempi insegnano ai figli, appena nati a coscienza, la difficile parola “morte”. Sarà per questo che i bambini hanno paura delle processioni della Settimana Santa e si stringono al collo delle mamme soprattutto al passaggio degli… “incappucciati”? 

In origine, forse, tutti i confratelli sfilavano silenziosi per le vie delle nostre parrocchie con il cappuccio calato sul volto, oggi è privilegio di quelli che portano i lampioni o i martiri, mentre cerimonieri, priori, assistenti, confratelli e cantori, hanno ridotto il cappuccio a semplice elemento ornamentale. Ti capita di incontrarli tra Mercoledì e Giovedì Santo dal barbiere mentre si aggiustano la barba, il pizzetto, la doppia sfumatura ai capelli e, i più anziani, chiedono che la chioma sia fluente magari con qualche colpo di sole, ramata o argentea perché nelle foto dell’anno scorso… Non so se è per tagliare sulle processioni fiere della vanità maschile o per puro gusto di ritorno alle origini che ogni anno torna puntuale nelle riunioni di preparazione l’interrogativo scomodo: “E se partecipassimo tutti con il cappuccio calato sul volto?”. La difficoltà del coro del Miserere viene a coprire di ridicolo il malcapitato profeta e la possibilità viene subito archiviata lasciando il cappuccio cadere sulle spalle come mantello o appena poggiato sul capo a incorniciare il volto di gran parte dei partecipanti alle processioni. 

Quest’anno voglio spezzare una lancia a favore del cappuccio calato sul volto, destando le ire di priori e cerimonieri, di confratelli e portanti delle statue, che altrimenti, questi ultimi, che motivo avrebbero di realizzare cinquanta cambi solo nella sfilata per il corso Italia? È un tentativo archeologico per capire cosa hanno voluto tramandarci i nostri avi consegnandoci una veste penitenziale con relativo cappuccio da calare sul volto. Chissà, forse tra vent’anni questa semplice riflessione otterrà i suoi frutti con un “Protocollo d’intesa dell’Incipit” in cui si decreterà: 

“…d’ora in poi tutti i partecipanti delle processioni avranno il cappuccio calato…”, con relativi timbri, firme e sigilli.

1.     A me che conosco e difendo i miei diritti, che faccio pesare in casa le mie decisioni, che ho difficoltà ad avere un conto cointestato con mia moglie, a me orgoglioso a più non posso, a me che pongo il mio Io al posto di Dio, a me… fa bene avere il volto coperto per alcune ore, scomparire, perdere i connotati, divenire un’ombra! Ho iniziato la Quaresima con l’austero segno delle ceneri sul mio capo aureolato di superbia, ma ho già dimenticato la lezione del “ricordati che sei polvere…”. “Un giorno sarò un’ombra e nessuno mi riconoscerà, per me passeranno le cose di questo mondo…, stasera mi alleno a riconoscere la mia inconsistenza, il mio essere di passaggio poiché, dice in più parti la Bibbia, sono come l’erba che al mattino germoglia e alla sera è falciata e dissecca”. 

2.     Il velo bianco, rosso o nero che dovrebbe nasconderti il volto nella liturgia penitenziale che è la processione viene a sostituirne un altro naturale che tu hai eliminato da tempo: la vergogna. Da ragazzo, da adolescente bastava che una persona ti guardasse più fissamente, che tu avvampavi di rossore, e, in seguito, hai sentito la vergogna per i tuoi primi sbagli, per le prime parole volgari, l’accimare primordiale del male nei tuoi pensieri, nel tuo cuore. Oggi ti vanti di ciò di cui dovresti vergognarti e il rossore della verginità è scomparso dalle tue gote e sale solo nelle maree dell’ira o per effetto dei superalcolici. Oggi arrossire ti sembra inutile debolezza ed è per questo che il velo naturale del pudore è sostituito dal cappuccio penitenziale della tua confraternita con cui ti copri il volto gridando in silenzio: “II mio peccato io lo riconosco, il mio errore mi sta sempre dinnanzi!”.

3.      Il cappuccio che ti rende irriconoscibile all’esterno, che ti annulla ogni desiderio di apparire è un invito a rientrare in te stesso. Eternamente proteso a gareggiare con gli altri, a mostrare, a mostrarti…, tu non ti conosci più, non parli più con te stesso, hai scritto l’ultima pagina di diario vent’anni fa prima di uscire dall’a- dolescenza. Tu vivi fuori di te, in epidermide, esule da te, straniero a te stesso: “È ora di rincasare, toma a casa!”, ti dirà con solennità il cerimoniere di turno incaricato di far cadere il cappuccio sul tuo volto. Sulle prime sarà duro scendere le scale polverose della tua interiorità, ma poi troverai dolce rinvenire la tua infanzia, i tuoi giocattoli, i tuoi propositi di santità di un tempo lontano. Anche il figlio scapestrato della parabola ascoltata in chiesa qualche domenica fa riuscì a dare una svolta alla sua vita una volta rientrato in se stesso, comprese i suoi errori, si ricordò di essere figlio. 

4.     La processione è preghiera, è una liturgia e ha bisogno di raccoglimento: il cappuccio sul volto crea uno spazio sacro, segreto in cui tu puoi incontrare il tuo Dio. “Quando pregate (hai ascoltato questa parola di Gesù nella celebrazione delle Ceneri) non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini… Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto…”. Quando i nostri avi disegnarono il cappuccio del confratello pensavano a questo passo del Vangelo di Matteo e anche nella pubblicità della processione idearono una stanza, una porta da chiudere per custodire l’intimità di un dialogo: non si fa l’amore a porte spalancate!

5.     Il cappuccio calato sul volto sostituisce le “persiane naturali” con cui Dio ha pensato di custodire la parte più bella e più pericolosa del tuo corpo: gli occhi. Non c’è storia di peccato che prima che nelle parole e nelle mani non abbia il suo prologo negli occhi. La sapienza degli antichi padri dello spirito risiede tutta nel saper abbassare gli occhi al momento opportuno. “Mai l’occhio è pago di vedere” annota il Qoelet e dal Medioevo l’autore dell’Imitazione di Cristo tuona dicendo: “Perché vuoi vedere ciò che non puoi avere?”. A te, confratello, che non sai più cosa voglia dire abbassare lo sguardo e anche in processione rischi di andar vagando con gli occhi sul pubblico femminile che assiepa le strade, è consegnato il cappuccio segno e invito alla custodia degli occhi

6.     Un’ultima opportunità ti è offerta nella pedagogia del cappuccio abbassato durante il percorso santo delle processioni: guardare con distacco il mondo attraverso le fessure che i nostri avi hanno ritagliato all’altezza degli occhi. Tu hai paura di non essere riconosciuto! Per questo, man mano che leggevi i cinque punti precedenti, è cresciuto in te il disappunto per l’anonimo estensore di queste note. È proprio qui il problema: “Con il cappuccio abbassato nessuno mi riconoscerà! Passerò accanto a casa mia e i condomini non mi vedranno, non mi riconoscerà mio padre che mi segue ormai solo dalla finestra…. non mi vedrà la mia ragazza…, mia moglie non potrà indicarmi sottovoce ai bambini: – Guarda è papa! -“. Hai ragione, ma mi chiedo se tutto questo non sia un bene. Nei giorni della Passione e Morte di Gesù tu sei chiamato a fare, sia pure solo per poche ore, un… assaggio di morte! Irriconoscibile, chiuso nella veste uguale alle altre, con il cappuccio calato, tu sei come in una bara, in una tomba…, nessuno più ti riconosce, ti chiama per nome, nemmeno i figli che hai generato, la donna che hai sposato. Le feritoie sul cappuccio saranno come i cancelli del cimitero da cui guarderai allontanarsi il mondo come dall’ultima carrozza di un treno entrato in galleria… Ti farà bene pensarti da morto ora che sei ancora in grado di dare una sterzata alla tua vita…, e tutto grazie al cappuccio abbassato.

Forse non quest’anno, ma l’anno prossimo o nella processione del 2025 (anno giubilare!) si deciderà di partecipare tutti col volto coperto. Anche i preti. Non si distinguerà il priore o il secondo assistente, il cerimoniere o il padre spirituale, perché basterà chiedere a un confratello della stessa altezza “vuoi occupare il mio posto?” e il primo assistente potrà portare un lampione o cantare il Miserere senza che nessuno se ne accorga. Si pregherà di più, non ci saranno personalismi di sorta, scompariranno le macchine fotografiche e le videocamere, i portanti delle statue non dovranno fare cinquanta cambi sul corso Italia, forse ci sarà poca gente assiepata per le strade perché non ci saranno motivi di curiosità. In compenso, sotto i cappucci, si agiteranno i grandi interrogativi sulla vita e sulla morte, si respirerà con più fatica e maggior fede. Ci si sentirà più ridicoli, uniti a Gesù beffeggiato e percosso: “Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo…” (Me 14, 65). 

Di ritorno nelle sedi delle confraternite non ci saranno le solite polemiche sulle precedenze, sui posti occupati, non si misurerà più l’efficacia della processione dal numero dei partecipanti (in gergo si dice “delle vesti”!), dall’ordine e dal numero dei lampioni, dalla tenuta della nota delle prime e seconde voci, dei tenori o dei bassi…, ma dalla raccolta e dall’attento esame dei cappucci lasciati in disordine dai partecipanti nel fuggi fuggi generale del Giovedì o Venerdì sera. “Quest’anno abbiamo superato la metà – dirà il priore a conclusione della conta con voce rotta dall’emozione – su seicento cappucci esaminati, ben trecentosette sono stati trovati bagnati!”. E saranno lacrime.

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