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Giuda il primo banchiere

Mons. Arturo Aiello

Opuscolo Settimana Santa 2003

“Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.” (Mt 26,14-16). 

Comincia così il racconto della Passione e Morte di Gesù. Con negli occhi la scena dell’unzione che lo ha irritato non poco (“perché questo spreco?”), senza potersi liberare dal profumo intenso dell’olio versato sul capo del Maestro, Giuda fa di corsa il tratto di strada che separa Betania da Gerusalemme e, trafelato, si presenta ai sacerdoti per pattuire un prezzo. Quanto può costare Gesù? Ogni uomo ha il suo prezzo ed i furbi lo sanno! Gesù è pronto a pagare il suo prezzo di sangue per la redenzione di Giuda e di tutti gli uomini e un suo discepolo lo sta vendendo, anzi svendendo al nemico.

Era tutto pronto, ma bisognava che un amico lo tradisse, che un discepolo lo vendesse perché si desse la stura alla malvagità dell’uomo e all’amore di Dio. Il sipario della Passione è aperto da una vile contrattazione commerciale, da quel “tira e molla” che, da che mondo è mondo, affolla di merci e di voci il mercato e fa salire la febbre a venditori e compratori e fa uscire esausti come da un duello, da una battaglia uno con la mercanzia e l’altro con i soldi, in direzioni diverse. C’è una passione nel commercio come nel gioco, nell’amore, che ti prende e ti incolla a una sedia, a un tavolo, a un letto e ti strozza. 

Sono, lo confesso, un confratello atipico, non appartengo alla maggioranza che ama avere sempre lo stesso posto in processione portando una statua o un segno della Passione con fare maniacale, magari con “diritto di successione” (“mio padre, poi io, quindi mio figlio…”), io chiedo ogni anno di cambiare postazione e la mia vita è stata segnata, fin dalla prima giovinezza, da un girovagare da un lampione al Miserere, dal “Gallo” alla “lancia”, dalla Croce della fratellanza alla “Corona di spine”, dal seggio di Priore alla “fascia di chiusura”. Ho cinquantacinque anni e ho girato quasi tutti gli angoli della processione. Per me è una città il racconto della Passione, vi trovi piazze e vicoli, strade e case, porticati e fontane, luoghi in cui passeggiare e sostare, piani in cui piangere o ridere, situazioni che descrivono ora questo ora quell’aspetto della tua vita. Dopo quarantacinque anni di permanenza nella città della processioni ne ho acquisito la cittadinanza onoraria e mi ci sento a casa, a mio agio e, quando vedo un ragazzo o un adulto spaesato il giovedì sera o il venerdì notte mi improvviso guida turistica perché so bene dove stazionano i bambini del coro o i giovani del Miserere, dov’è il quartiere generale dei lampioni o la postazione mobile dei martiri. 

Ogni anno il mio posto in processione è stato un angolo da conoscere ,un segno da meditare per settimane e mesi, una pietra miliare nel mio cammino di credente, il titolo di un capitolo della mia vita da aprire o da chiudere. Per questo sento montare la tensione dell’attesa già dall’Epifania e il giovedì dopo le Ceneri rompo ogni indugio e mi presento nella sede della mia Confraternita con gli stessi sentimenti che da ragazzo mi accompagnavano, a fine anno scolastico, per prendere visione dell’esito (“i quadri” li chiamavamo allora e non erano sempre….artistici! “). I1 mio Priore mi aspetta, sa di questa mia mania di cambiamento e si fa trovare in sede per la mia consueta richiesta. E’ un rito. “Quest’anno devi interessarti di quotazioni in Borsa !” mi ha detto mentre ero ancora sulla soglia nella serata freddissima di giovedì 6 Marzo. Non ho capito subito, mi ci è voluto un attimo in più per mettere a fuoco l’oggetto che mi porgeva: un sacchetto di pelle consunta gonfio di monete antiche. Trenta. Il prezzo del sangue. L’ho preso, anzi l’ho strappato dalle mani del Priore come Ulisse dalle mani di Eolo l’otre dei venti e sono uscito in fretta senza salutare nessuno. Era notte. 

Nel freddo pungente la notte mi ha inghiottito, non ero che un’ombra, eppure la borsa freddo pungente la notte mi ha inghiottito, non ero che un’ombra, eppure la borsa di Giuda mi bruciava sul petto come la lettera di un’amante segreta. Ho pensato con nostalgia alla mia infanzia, alla mia prima giovinezza: alla mia verginità. Quando avevo a disposizione pochi spiccioli ed ero felice di condividerli con i miei amici. Allora sognavamo la “Comune”, una sorta di comunità di più famiglie che vivessero insieme. So che non “la prima volta”, ma il primo stipendio ricevuto a bordo mi ha rubato la verginità. Perché i preti insistevano tanto nel tenerci lontani dai piaceri della carne e non usavano lo stesso livore per la cupidigia del possesso? Il denaro che tu usi ti usa e ti compra. 

Ho vissuto l’orgia del denaro come ogni buon navigante. Guadagnare a bordo con una vita dura e poi tornare a casa e vivere nell’ozio e nella dissipazione. Di nave in nave, fin dai miei diciannove anni, prima Allievo di coperta, poi Ufficiale Patentino, Patente…e a ogni sbarco comprare, comprare con una febbre sempre crescente. Ricordo la gioia della prima Lambretta, poi la moto, quindi l’auto da cambiare col mutare delle mode e passare per Piazza Cota per fare invidia agli amici. A trent’anni comprai una casa, ma feci il passo più lungo della gamba, mi trovai in difficoltà….: avevo bisogno di soldi e subito. Mi indicarono una casa signorile, un vecchio notaio: mi sembrò un sogno, era disposto a farmi un prestito di cinquanta milioni subito anche se a tasso alto…Firmai la ricevuta certo che con un anno di lavoro avrei saldato tutto. Ma il denaro non lo consegnò al sottoscritto. Ricordo come fosse oggi, mentre io già mi prosternavo in ringraziamenti e stavo per baciargli la mano rugosa e inanellata, mi disse sottovoce: “non mi negherai il piacere di consegnare la somma in contanti nelle belle mani della tua signora…, stasera stessa, alle ventuno…// Accettai. 

Venne poi la morte di mio padre con la famiglia unita e affranta per la perdita del caro defunto. Fu “un bel funerale” come la gente semplice ama dire ponendo accanto a sostantivi funerei aggettivi luminosi e per nulla imparentati. Si fermò tutto il paese, “un’apoteosi” scrisse un giornaletto locale. La foto che ci ritrae assiepati intorno alla tua bara, papà, fu l’ultima foto felice della tua famiglia, di quella famiglia di cui tu e noi andavamo fieri, ma era solo apparenza ! Il giorno dopo l’esequie eravamo tutti riuniti intorno al tavolo di un notaio (ahimè: lo stesso!) e i fratelli, alla lettura del testamento, si trasformarono in lupi e le mogli in iene. Perché, papà, hai lavorato una vita intera per porre le basi di una guerra che da dieci anni si perpetua tra i tuoi figli con grande sollazzo di avvocati, tribunali, geometri e ingegneri che si stanno divorando il tuo patrimonio mentre noi tuoi figli non ci scambiamo gli auguri neppure a Natale ? 

Dalla borsa consunta di Giuda sono cadute, come monete, foto, storie che credevo dimenticate, violenze perpetuate o subite per il vile denaro, quel potere cui pure Gesù di Nazaret dovette, suo malgrado, sottostare. L’ultimo episodio è accaduto ieri ad una riunione di condominio in seconda convocazione. Non ci vado volentieri perché il mio cuore, già infartuato, non può sopportare forti emozioni, ma ieri non ho potuto delegare nessuno. Come al solito si è partiti con le migliori intenzioni parlando sottovoce del cancro in stato terminale della signora del secondo piano, della perdita inconsolabile del cagnolino della signora Russo (non è tornato neppure con la promessa di lauta mancia a chi avesse riportato a casa il figlio prodigo!), delle ultime scene in diretta dalla guerra con corale indignazione dei condomini presenti che hanno tutti appuntato al balcone la bandiera per la pace. Quando però si sono aperti i libri contabili la scena ha preso una piega diversa. Il tono delle voci ha avuto un’improvvisa impennata, la signora Amalia ha dato dell’incompetente all’amministratore che ha risposto per le rime, il condomino Gargiulo, per una errata divisione delle quote in corrispondenza dei millesimali, ha lanciato una bomba, non si è capito più niente: missili terra-aria, aria-aria, aria-terra, polvere, esplosioni poi il suono di una sirena… 

Porto con me, nella tasca del cappotto, la borsa di Giuda che mi parla del terribile potere del denaro e della sua farne di acquisto di cose e persone, poltrone e incarichi, armi e ideologie. Entrando in banca per la doppia porta di sicurezza, è suonato l’allarme. “Ha armi con se ? Oggetti di metallo?” mi ha chiesto un impiegato dal citofono interno. Ho dovuto depositare “nell’apposita cassettiera!” la borsa di Giuda avvertita dal sensore come un’arma, un corpo estraneo, soldi sporchi di sangue. Quando finalmente ho potuto avere il lasciapassare per il tempio di Mammona tutti mi sono venuti incontro dal direttore all’ultimo impiegato con un suadente sorriso di circostanza: “Sa, Capitano, i nostri sensori sono all’avanguardia nel mondo! Ci scusiamo del fastidio…, in che cosa possiamo servirla?” Ed io secco: “Ho deciso di chiudere il mio conto con il vostro ed ogni altro istituto di credito Ho paura dei soldi…Temo di poter vendere un amico o la mia stessa anima ! “.

 “Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente !”. E gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi.” (Mt 27,3-5).  

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