Piano di Sorrento
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Tempo di Processioni, Processioni del tempo

Mons. Arturo Aiello

Opuscolo Settimana Santa 2004 – fonte: www.pianoincipit.com

“Dicono che c’è un tempo per seminare

e uno che hai voglia di aspettare.

Un tempo sognato che viene di notte

e un altro di giorno teso

come un lino a sventolare”.

Questi versi tratti da una canzone di Ivano Fossati mi sono stati consegnati lo scorso anno da un confratello che mi aggiorna sulla produzione dei cantautori. Il lesto che porta come titolo “C’è tempo” è una catena di immagini sulla temporalità che mi ha richiamato subito il capitolo 3° del Qoèlet che inizia con “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”. Mi sento immerso, come un pesce nel mare, come un gabbiano nell’aria, nel flusso ininterrotto del tempo e cerco connessioni, agganci, parallelismi che mi aiutino a fissare i giorni, a riconoscere le stagioni, a celebrare la mia vita che passa “veloce come la spola” e che rischia di lasciarmi indifferente e indifferenziato.

Le ore che si rincorrono sul quadrante del mio orologio da polso, i giorni che si alternano sul calendario, i mesi. le stagioni, gli anni… lasciano dei segni nel cuore, dei ricordi nella memoria, delle rughe sul volto, polvere sui mobili, scontorni nelle immagini, fìori secchi nei vecchi libri diventati carta velina, nomi sulle croci del cimitero. Nel tempo si snoda il “mio tempo”, la mia piccola, preziosa vita, l’unica che mi è dato di vivere. Non voglio fermarla. Vorrei… firmarla.

“Perché c’è tempo, c’è tempo, c’è tempo per questo mare infinito di gente”, canta Fossati, ma io vedo esiguo il credito sul mio estratto conto di vita, mentre mi sembra già tanto il tempo “in debito”, quello già vissuto, già speso, in parte sprecato. Mi vedo bambino con un cavallo di legno come giocattolo, il primo giorno di scuola in prima elementare, con il naso schiacciato sui vetri un giorno in cui nevicò, gli esami di Quinta, le Medie trascorse sotto il banco a scoprirmi maschio, sogni e paure…, il Nautico: cinque anni di assemblee e proteste con Raffaele che era il nostro “Masaniello” e don Alberto che ci raccontava la poesia del mare col suo largo sorriso. Il resto è passato in un attimo e non ho avuto più tempo dal primo imbarco al sorriso di una donna che demoliva le mura di Gerusalemme, lavoro, ritorno a casa, doppia vita, doppia maschera (quella di bordo e quella di marito e padre affettuoso), mia moglie che mi dice “Sono incinta” la prima volta, la nascita del terzo figlio, la quarta “relazione”, la casa in via dei Platani, il quinto intervento chirurgico, mio figlio Marco, il più piccolo, che mi dice una sera “Chiara aspetta un bambino” e ha gli occhi lucidi come quando confessava una marachella: è accaduto una sera di cinque anni fa, mentre mi preparavo ad uscire di casa per le prove del Miserere, era stata una giornata gonfia di pioggia, per la prima volta mi sono sentito vecchio. E stanco. 

La processione del tempo e inesorabile, passa. cammina, non si ferma mai, imbocca e divora vicoli e strade, lesiona case e palazzi, pensiona industriali e manovali, consuma eventi e mutamenti e, se non fai uno sforzo titanico, tra il fiocco celeste sul tuo portone il giorno della tua nascita e il manifesto listato che annuncia il tuo decesso non rimane che nebbia, nessun segno, nessun ricordo “come l’ospite di un solo giorno” direbbe La Sapienza. Forse è per questo che amo le Processioni della Settimana Santa, mi aiutano ad essere vivo, a celebrare il mio tempo, a connotarlo, a renderlo significativo. In esse rivedo la mia vita in modo nitido più che in un album fotografico, hanno scandito le mie stagioni, dato colore e calore ai miei giorni. Soprattutto senso. Ho cominciato barcollante, in età di asilo, con un cestino di fiori portato solo per metà processione, ho continuato nel coro dell’Inno, militato nel Miserere per passare al lampione, lancia, martirio, fascia di apertura, incensiere, Croce della fratellanza, tesoriere, portante del Cristo, della Madonna, Priore…e spero di finire in Miserere. Sono entrato bambino nelle proccessioni e vi sono cresciuto, oggi ho i capelli bianchi e la fronte rugosa: ha scandito il mio tempo. Per individuare un anno, una stagione, un evento e collocarlo, definirlo, raccontarlo mi viene da dire “nell’anno in cui portavo la Corona di spine…, quando facemmo il Miserere di Verdi…. l’anno in cui ero di lampione…, quando mi spezzai le spalle sotto il Cristo Morto restaurato…, quella volta in cui sulcorso piovve a dirotto…. quando ‘si spezzò’ la processione…, erano gli anni delle vesti vecchie…,prima che si inserisse la cerimonia di uscita…, dopo il restauro del labaro…, durante il priorato di Costantino!”

C’è anche un tempo interno alle processioni, fasi. gesti, rituali che scandiscono l’inizio delle manovre con l’apertura degli armadi, la conta delle vesti, la lucidatura dei lampioni, fino al rientro in Chiesa con il caos dei cappucci abbandonati sul primo ripiano con lampioni, martiri, croci da rimettere a posto. Come nello scorrere ordinato dei confratelli in corteo, frusciare di vesti, rumore di passi. tintinnare di rosari e incensieri, così c’è uno snodarsi armonioso di incontri, riunioni, prove di canto, sguardi, accesi confronti sui percorsi, consegna delle vesti, assegnazione dei ruoli fino al gesto vigiliare della presa delle statue che segna il vero ingresso in Settimana Santa. Poi il tempo si misura tra l’uscita e l’entrata della processione, tra una “fascia” e l’altra, tra il passaggio della statua del Cristo e quella della Madonna, tra la prima e la sesta strofa del Miserere, tra i lampioni verdi e quelli nuovi. Per chi non viva dall’interno la grazia delle processioni queste espressioni sembreranno ridicole o, comunque, senza senso, eppure per me, come per ogni confratello sono misurazioni di tempo, scansioni, pause e note sul pentagramma dell’anima che assumono più valore dei rintocchi di Big Ben. Anche per chi si limiti a guardare le Processioni c’è un modo particolare di misurare il tempo per cui ci si dà appuntamento “Dopo l’uscita della Bianca”, si sa che sul corso Italia prima passa “la Rossa” e dopo “la Nera” e il Venerdì sera quasi sempre a Piazza Mercato si è sfiorati da Mortora, Sant’Agnello e Piano in un tempo a tre dimensioni. 

Insomma c’è una processione del tempo che sempre mi perdo e un tempo delle processioni che mi aiuta a ritmare, scandire e fissare la manciata di giorni che è la mia vita. Anche quest’anno mi sono preparato alle Processioni, sono entrato nel tempo: è la mia settantesima volta. Sono tra i più anziani del Miserere, ma, benché stanco, mi sono messo in cammino nonostante il parere negativo del mio cardiologo. Quest’anno ho la gioia di gridare e piangere il Salmo 50 insieme a due figli e quattro nipoti: la nostra famiglia sarà rappresentata nel coro da tre generazioni: è una grazia da non perdere. Rientro in Basilica trascinando i piedi come quando ero bambino. Di passo in passo, di strofa in strofa ho cantato con meno vigore, ma con più fede ed ho visto aumentare una terribile stanchezza, uno sfinimento che a tratti mi ha fatto barcollare; pensavo di non farcela, ma la massa mi ha spinto, mi ha sorretto, mi ha come portato in braccio. Nel canto ho ritrovato vigore. Ho sillabato le strofe del Miserere sentendole mie: ho parlato di me a Dio, del mio peccato, delle tante volte in cui ho perso la rotta…, Dio mi ha parlato di sé, del Suo amore eterno, della Sua “Magnam misericordiam”. Al buio mi guadagno un posto a sedere, mi sembra di sentire la stanchezza di tutta una vita, ma quando si intona Miserere per l’ultima volta non voglio mancare, mi alzo a fatica e raggiungo le “terze voci”. Cantiamo con forza, con foga, fino a scoppiare: “Cor mundum…” Tra le lacrime vedo il volto dell’Addolorata che mi guarda, mi fissa, mi chiama. Il Miserere ora è in sottofondo e tutto è ovattato e dolce. Si fa vicino il volto di Maria, ma non è l’Addolorata: è mia madre e la chiamo “mamma!” 

Eravamo a “Cor mumdum ” quando si è accasciato lentamente. Nel buio nessuno si è accorto. Mi sono chinato su di lui per chiedergli qualcosa, ma non mi ha riconosciuto. Ho sentito che diceva “Mamma!”, poi più nulla. Quando il dottor Di Mauro ha constatato il decesso eravamo a “Domine, labia mea aperies”. Lentamente lo abbiamo sollevato e, senza interrompere il salmo, lo abbiamo passato di mano in mano. La salma dalle terze voci, attraverso “le seconde” è passata nelle mani delle “prime” ed è stata deposta nel presbiterio tra la statua dell’Addolorata e quella del Cristo morto. A “Benigne fac Domine” le tre statue erano visibili a tutti e tutti in lacrime per una morte così benedetta. “Nel tuo amore fa’ grazia a Sion / rialza le mura dì Gerusalemme”. Il Priore ha preso la rosa dalle mani del Cristo Morto e l’ha deposta, con inaspettata dolcezza, sul petto del confratello defunto. Non so chi, non so da dove, qualcuno ha intonato l’Alleluia. Lo abbiamo seguito a valanga. 

“Dicono che c’è un tempo per seminare

e uno più lungo per aspettare.

Io dico che c’era un tempo sognato

che bisognava sognare”.

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