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Sotto il vestito niente

Mons. Arturo Aiello

Opuscolo settimana Santa 2005

Carissimo Priore, 

dopo prove e polemiche, alla fine di interminabili riunioni sui percorsi e i tempi di occupazione del Corso Italia per evitare scontri di processioni e incroci di statue, all’indomani di assemblee e veementi collegi dei cerimonieri, ora che i cori, dopo lunghe prove, sono accordati e i lampioni lucidati, pronte le cerimonie di uscita e l’ordine dei portanti, le vesti consegnate e gli incarichi affidati, adesso che è in atto il conto alla rovescia per il primo rullo di tamburi della Processione del giovedì sera, del venerdì notte o della sera, ferma per un’ora tutta questa macchina che corre all’impazzata e, con l’autorità che ti è stata affidata, chiedi ai tuoi confratelli e ai portanti, ai bambini e alle ragazze del coro, ai componenti del Miserere e alle centinaia di incappucciati: 

“Credete che sia giusto uscire in processione quest’anno?”.

Mi guardi con sorpresa, forse con astio, magari con incredulità. Gli stessi sguardi, variamente sfumati, accompagneranno la tua domanda se avrai il coraggio di porre con determinazione questo   interrogativo   al popolo dei processionanti un attimo prima di uscire, quando i cuori battono all’impazzata e i cerimonieri fremono come strateghi un minuto prima di lanciare le truppe all’assalto. Se ci pensi  bene ti accorgi che ci si è posti una miriade di interrogativi in questa Quaresima glaciale: si è discusso di vesti e martiri, di itinerari e di copertura economica, di eventuali accorgimenti da adottare e di errori da evitare, ma nessuno si è interrogato sul senso del tutto, sull’opportunità di ripetere i pellegrinaggi penitenziali iniziati nel 500 o nel 600 dello scorso millennio, su quale fosse l’anima che spingeva i nostri nonni per le strade dietro una croce “con spirito contrito e cuore umiliato” e quanto di quel senso di fede sia ancora vivo e proponibile oggi. Mi sembra che si discuta di arredamento e di ninnoli senza aver verificato la solidità della casa, la stabilità del solaio, la tenuta dei pilastri portanti o delle travi del tetto. 

Con i tuoi più stretti collaboratori hai discusso per intere notti di precedenze, ma in nessuna riunione del governo è spuntata la domanda radicale al confronto della quale il numero dei lampioni e la ressa dei portanti il Cristo o la Madonna impallidiscono fino a sparire: la processione che stiamo preparando è viva o morta? Respira a pieni polmoni o rantola? E un assegno scoperto o ha un deposito aureo di fede, di amore, di speranza? E’ una giovane donna nella passione del suo primo amore o una vecchia incartapecorita attraversata da brividi di morte? 

Mi conosci bene per sapere che queste domande non sono un gioco al massacro, non vengono da coloro che ritengono superate o solo reperti archeologici le processioni, ma sono domande che nascono dall’amore di Colui che i cortei del giovedì e venerdì santo raccontano, al Quale sono rivolti gli inni e il Miserere, dalla cui fede i nostri antenati erano intrisi tanto da pronunciare il Suo Nome sul letto di morte, nell’ultimo respiro al pari del nome dell’amante: “..Gesù!..”. Quel Nome benedetto è ancora sulle labbra e nel cuore dei tuoi confratelli? Muove, come un vento, la vela e i labari, si agita sotto i cappucci e nelle note della banda, è scritto sui vassoi dei martiri, sui petali delle rose e negli occhi dei bambini che cantano? 

Lo chiedo a te e, in te, a tutti gli altri che hanno già portato a casa la veste come un trofeo pensando che basti come lasciapassare per il paradiso. Lo chiedo a te perché sei Priore e tu sai che la carica che rivesti viene da “prior —prioris” che significa “colui che precede”. Nell’ordine delle processioni sarai alla fine, in fondo, a chiudere in bellezza con la tua mantellina, il medaglione d’argento, il bastone, segni della tua dignità, ma la radice del nome ti vuole avanti agli altri, primo nell’esemplarità della vita, precedente anche le “fasce di apertura”, all’avanguardia, in prima fila quando si tratta di difendere il patrimonio prezioso della nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa. 

Colui che sta avanti deve guardare negli occhi ciascun partecipante e sentire se la fede ancora fa danzare il cuore, deve tastare il polso di una processione per sentirne i battiti, per avvertire se è ancora una meravigliosa teoria di uomini che nella notte attendono l’aurora o un lugubre corteo di morte senza speranza, senza futuro. Colui che precede  deve  chiedersi come mai la media di età    dei    partecipanti negli ultimi dieci anni è scesa vertiginosamente e portiamo in processione tanti adolescenti e pochi adulti, pochi professionisti, una striminzita fetta della fascia attiva della società. Certo a guardare i video e le foto bianconero di Gaudiello sembra che nulla sia mutato, ma prova ad alzare il cappuccio a quel   portalampione allampanato o al portante con la corona di spine e ti accorgerai che al volto rugoso del contadino o a quello scavato dalla salsedine del pescatore si è sostituito la faccia slavata di un tredicenne tirato su con gli ormoni degli omogeneizzati. Nulla da eccepire sulla partecipazione degli adolescenti alle processioni, ma sappi che sulla loro pelle non più vergine la veste sarà solo la sensazione di un attimo mentre sulle spalle degli adulti si imprimeva come un marchio a fuoco che avrebbe parlato anche all’amante nell’abbraccio dell’adulterio. Il Priore, colui che precede, non può non pensare al futuro, interrogarsi, interrogare, guardare, leggere, custodire, pro-gettare, cioè lanciare al futuro ciò che di grande e bello ha ricevuto perché non vada perduto, non si svilisca, non si polverizzi come certe vesti trovate marce in fondo a un baule in confraternita. Tu non puoi, come tanti, procedere con la cadenza del “si è sempre fatto così!”, non puoi far finta di non vedere che solo rispetto a dieci anni fa le mamme non fanno la ressa per iscrivere al coro i loro bambini (e mancheranno nel loro futuro le note e le emozioni che tu ricordi!), a te non è dato non sapere e non soffrire per le vesti che resteranno, mute e senz’anima ( placente di aborti!), appese in confraternita perché non ritirate, tu non puoi ripetere la frase di rito al rientro provando intima soddisfazione: “Anche quest’anno abbiamo fatto una bella processione!”. “Bella” di che?, “bella per chi?”. Si tratta di una bellezza autentica che affascina qualcuno dei partecipanti tanto da convertirlo, o di una qualsiasi bellezza appariscente e vuota, virtuale e non virtuosa, squallido vuoto a perdere abbandonato sul pavimento o sui tavoli (come le vesti ammassate il giorno dopo) come bottiglie vuote a fine di una festa? Non ti dare pensiero della gente che aspetta sul   sagrato,   non   ti far   influenzare   dalle possibili   critiche,   per le  strade  incontreresti solo spettatori per una rappresentazione per la quale non si paga biglietto, muniti di videocamere e macchine digitali pronti a ritrarre il figlio o la ragazza per una foto che mai si stamperà. Chiudi le porte della Chiesa o dell’oratorio   della  tua confraternita,   ammassa cantori e portanti, labari  e statue, bambini e adulti e,  ottenuto il  silenzio, parla loro come il cuore ti detta…  

‘Non usciremo di qui senza aver chiarito a noi stessi il gesto che stiamo per compiere. Un gesto santo, un gesto grande che i nostri padri ci hanno trasmesso e di cui stiamo perdendo il senso come una lingua antica non più lucidata dall’uso di cui si stia perdendo il suono e il significato. Noi rappresentiamo  la  Fede senza fede, l’Amore senza amore! Può un attore dire una frase senza cuore, una battuta senza attenzione e trasmettere il messaggio dell’autore? Voi che state per snodare come un gomitolo le processioni dell’Eucarestia avete partecipato alla Messa in Coena Domini? Voi che state per dare inizio al corteo del Cristo Morto siete stati presenti alla Celebrazione della Croce o almeno a una Via Crucis nel tempo di Quaresima? Da quanto tempo non partecipiamo alla Celebrazione Eucaristica…, e da quanto non ci confessiamo? Forse da anni non preghiamo più e non sentiamo che far parte di una Confraternita è un onore e un onere, la nostra vita è lontana dalle parole di Gesù…e alcuni di noi non sentono più nemmeno il rimorso del peccato! Ecco siamo qui allineati come attori prima che si apra il sipario, ma ci manca la cosa più importante: ci manca la fede! Non sentite un odore di marcio nonostante le nuvole di incenso? Siamo noi, i nostri cuori di pietra…, fratelli le processioni stanno morendo!” 

Dopo il primo disappunto, si farà un grande silenzio. A cominciare dai più anziani, alcuni si toglieranno il cappuccio come si getta una maschera e cominceranno a piangere. “E’ vero’.”. “Vent’anni fa non era così!”. “Io sono un traditore!”. “Giuda sono io!”. Il pianto si contagerà dai lampioni ai martiri, dai cerimonieri ai bambini, dal fondo della Chiesa ai portanti, ininterrotto e lento come la pioggia dei giorni scorsi. Passeranno ore senza che nessuno se ne accorga. Quando i vigili del fuoco abbatteranno la porta ci troveranno in ginocchio. Dinnanzi alla Croce.  

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