L’Ariconfraternita del Gonfalone


Si riporta di seguito la storia ed un profilo dell’ Arciconfraternita del Gonfalone, il Sodalizio romano al quale la Confraternita della SS. Annunziata si aggregò nel 1723.

Il testo è tratto dalla pubblicazione “L’Archivio dell’ Arciconfraternita del Gonfalone” di Sergio Pagano.

La tradizione sull’origine

L’origine della confraternita del Gonfalone, così come è tradizionalmente recitata dagli statuti è da individuarsi nell’esperienza di due canonici della collegiata di S. Vitale: Messeri Giacomo e Angelo che recatesi in pellegrinaggio a S. Giacomo de Compostela, ne tornano con un duro giudizio sulla vita della società cristiana dell’epoca.

Riunirono dunque intorno all’immagine della ” Salus popoli romani ” 12 patrizi devoti con la proposta di dare inizio ad una società di carità che rieducasse alla perfezione nella vita di fede. 

Il gruppo ricorse all’aiuto di Fra Tommaso dell’Ordine dei predicatori Vescovo di Siena e vicario del Papa in Roma, che gli rimise nelle mani di  Fra Bonaventura da Bagnorea che dettò loro la regola e l’abito.

Secondo la tradizione prendono il nome di Raccomandati di Maria Vergine, ma sono anche conosciuti con il nome di Battuti o della Frusta, per l’usanza di flagellarsi in pubbliche processioni di penitenza.

Difficile dare una datazione alla fondazione del sodalizio. Lo statuto del 1584, nel suo proemio, e il Breve “Omnipotentis” del Papa Gregorio  XIII (20 aprile 1579), stabiliscono la nascita del Gonfalone all’anno 1246.

Le prime vicende

In origine i confratelli si chiamarono Raccomandati di Madonna S.Maria, ma non si conosce con assoluta certezza il luogo ove si radunava la confraternita;  alcuni vogliono che fosse la piccola chiesa di S. Alberto al “pozzo Roncone”, situata sullo Esquilino, fra S. Maria Maggiore e S. Pudenziana, altri con miglior ragioni, propongono la Basilica di S. Maria Maggiore.  

La società non sembra godere agli inizi dei favori papali, forse perché si crea un conflitto di interessi inevitabile fra la nascente istituzione e la già affermata e privilegiata ” Fraternitas clericorum urbis “, nota poi come la ” Romana fraternitas “.

A favore della nuova forma di associazione extra istituzionale si schierano gli  Ordini Mendicanti, sia per una consonanza del sentire spirituale, sia perché quella sembra la via onde potersi affermare in Roma, per quietare le paure e i conflitti suscitati dai clerici urbis al loro riguardo.

Nel 1267 il sodalizio è riconosciuto dal Papa Clemente IV con un breve oggi conservato nella Biblioteca Valliceliana di Roma.

Fra il 1267 ed il 1274 i francescani, i Domenicani e gli Agostiniani concorsero ad accrescere il prestigio della confraternita mediante la concessione di valori spirituali di cui godevano i singoli ordini e assumendone la protezione. In particolare due vicari papali domenicani Tommaso de Fusconi e Aldobrandini de Cavalcanti sono ricordati come sostenitori e difensori del Sodalizio.

Nella prima metà del secolo XIV esistono in Roma oltre ai “Raccomandati di Madonna S. Maria”  di S. Maria Maggiore altri gruppi di raccomandati della Vergine, quattro dei quali per ragioni ancora non ben comprensibili entrano in rapporto tra loro e con il nostro sodalizio:

– i raccomandati di Trastevere operanti presso la Chiesa ed ospedale dei Santi 40 martiri, attestati con certezza dalla metà del’300; 

– i raccomandati di S. Lucia Vecchia o Sancta Lucia Iusta Flumen, la cui esistenza è certa dal 1352;

– i disciplinati o raccomandati dell’Annunziata di via oratoria con una presenza minore sul finire del XIV secolo e maggiore all’inizio del XV:

– infine la confraternita sorta vicino alla Chiesa ed Ospedale della Maddalena nei pressi del Pantheon.

Non è un caso che i quattro sodalizi sorsero accanto ad ospedali al cui servizio erano dediti i confratelli praticanti la flagellazione pubblica (disciplina) mentre gli associati quella privata.

I Raccomandati del Gonfalone

A metà del XIV  sec. i sodalizi si associarono, in vista di poter seguire una più marcata presenza nell’Urbe, con il nome di “Raccomandati del Gonfalone” o solamente Gonfalone.

Il mutamento della loro denominazione si fa risalire ad un episodio avvenuto nel 1351, che dimostra come la compagnia dei “Raccomandati” esercitasse anche in quel tempo una funzione di aggregazione sociale.

In quell’anno Roma, divisa dalle fazioni, affamata dalle carestie, è in  balia di Luca Savelli che, dopo aver cacciato il vicario del Papa si è impadronito  del potere. Clemente VI, raggiunto in Avignone dalle richieste di aiuto dei romani, incarica un collegio di quattro senatori di disporre una forma di governo per la città. Ma il 26 dicembre, rompendo gli indugi,  il popolo raccolto sotto il Gonfalone dei Raccomandati di Maria, caccia senza spargimento di sangue, il Savelli, concedendo il reggimento della città ad un maturo, e stimato borghese, tale Giovanni Cerrone, scelto dai “Raccomandati”. A seguito di questo avvenimento il sodalizio cambia nome in “Raccomandati del Gonfalone”, (cioè dello stendardo vittorioso).

La forma definitiva

Tra il 1474 e il 1486 la compagnia dei Raccomandati di Madonna S. Maria con sede in S. Maria Maggiore lascia la sede liberiana per radunarsi in Santa Lucia Vecchia insieme all’ omonima confraternita con cui esistevano come si è detto vincoli di unione.

Nel 1486 la confederazione o unione delle confraternite dei Raccomandati in unico corpo riceve l’approvazione di Innocenzo VIII sotto il nome della Confraternita del Gonfalone.

Sempre nello stesso anno la sede di S. Lucia Vecchia a causa delle continue inondazioni del Tevere deve essere abbandonata e  Innocenzo VIII concede la Chiesa di S. Lucia Nuova nel quartiere Parioli.

Una chiesa di antica tradizione la cui costruzione risale alla fine del XII o agli inizi del XIII secolo, e che in un documento del 1352 è detta “nova”; La confraternita inizia subito i lavori di rifabbricazione.

In tempi diversi ma successivamente alla fusione delle citate società di raccomandati e all’approvazione papale del 1486, vengono a far parte della venerabile compagnia del Gonfalone anche la Confraternita di S. Maria e S. Elena in Aracoeli e quella dei SS. Pietro e Paolo.

L’aggregazione di questi due ultimi sodalizi costituisce probabilmente il passo conclusivo di un un processo di riordino dell’intero sistema assistenziale della città, di fatto, dopo il 1495 la Confraternita del Gonfalone inizia un periodo di strutturazione anche edilizia della sua attività.

Il XVI secolo

Il primo passo è la definizione della struttura della Compagnia attraverso la redazione e pubblicazione di Statuti che raccolgono e integrano le devozioni e le opere di misericordia e pietà delle diverse aggregazioni integrate sotto il Titolo del Gonfalone.

Conseguenza di questo è il cumularsi di tutte le opere di carità  e di pietà che già intraprese dalle diverse Confraternite sono ora affidate al nuovo sodalizio.

Contemporaneo all’uscita del nuovo statuto è il trasferimento della sede della Confraternita nella rinnovata Chiesa di S. Lucia che prende il nome di “S. Lucia Nuova del Gonfalone”.

L’attenzione torna quindi alla vecchia Chiesa di S. Lucia e alla sua inabitabilità proprio in un momento in cui l’accrescersi dei confratelli per le nuove aggregazioni e per il rinnovato fermento spirituale urgevano nuovi spazi.

Tra il 1544 e il 1547 nel luogo dove sorgeva la Chiesa di S. Lucia vecchia viene edificato l’Oratorio del Gonfalone e dedicato ai Santi  Pietro e Paolo, una sala dove tutto lo spirito della confraternita doveva essere visibile e fissato come memoria, per i confratelli che vi tenevano le convocazioni e per i visitatori pellegrini che passandovi dovevano cogliere il messaggio della  carità come metodo della vita.

Non stupisce quindi se ancora oggi la vista degli affreschi che lo decorano ha effetto sul cuore dell’uomo di fede.

La raggiunta sistemazione delle strutture consente alla Confraternita del Gonfalone di vivere con la giusta intensità il Giubileo del 1550, e questo gli valse la stima del Papa Giulio III che la insignì del massimo privilegio di liberare ogni anno un condannato a morte, restituendogli tutti i diritti civili, nella festa dell’ Assunzione. Questo privilegio fu confermato nel 1560 da Pio IV, nel 1583 Gregorio XIII lo estese a due

A metà del secolo, nel pieno splendore della Roma rinascente, illuminata dallo spirito di grandi santi e mentre la Chiesa universale si stà riformando nel Concilio di Trento, i confratelli del Gonfalone attuano senza traumi un progressivo cambiamento nella loro devozione e nella loro attività caritativa.

Le sacre rappresentazioni

La prima domenica del maggio 1562 nella chiesa della SS.ma Annunziata (la Nunziatella) si tiene l’ultima Sacra Rappresentazione eseguita dal Gonfalone, con a tema non più la Passione del Signore, ma l’Annunciazione a Maria.

E’ la conclusione di una tradizione che ha caratterizzato il Sodalizio per tutto l’arco della prima metà del secolo e che lo ha tenuto vicino al popolo romano: le Sacre Rappresentazioni. Esse hanno luogo il Venerdì Santo con un concorso spettacolare di popolo che, antichi cronisti, come il Felini e il Panciroli, hanno perfino stimato in centomila persone.

Il Ruggeri dice che: “si doveva eseguire con gran ricchezza e solennità di apparato, e che il sodalizio  vi spendeva somme rilevanti, sia per le spese del palco che per  le vesti degli attori, sia per le decorazioni del teatro e per le pitture a fresco…”.  Nell’archivio si conserva una copia delle rime utilizzate negli anni 1511 e 1524 i cui autori sono, secondo il Mazzucchelli,  un certo Bernardo di M. Antonio Romano,  Giuliano Dati e Mariano Particappa guardiani del Gonfalone. 

Questi eventi devono essere apparsi assai suggestivi agli occhi degli spettatori e non solo degli incolti, tanto che  li troviamo in scritti di varia natura; la testimonianza più significativa ci viene da uno straniero, il cavaliere Hamold von Harff di Colonia il quale, nel 1496, a Roma partecipò alle cerimonie della Settimana Santa: “E degno d’essere osservato un magnifico palazzo antico, detto il Colosseo, di figura tonda, con vari ordini d’arcate e di volte, e dentro una piazza rotonda circondata da gradini di pietra, per cui si sale su in cima. Dicono che anticamente i signori stavano seduti su questi gradini a vedere i combattimenti tra i gladiatori e le fiere. 

“All’incontro noi altri vedemmo rappresentare in questa piazza, nel giovedì santo, la Passione di Gesù Cristo. Uomini viventi figuravano la flagellazione, la crocifissione, la morte di Giuda ecc.. Erano tutti giovani di ricche famiglie di modo che la cosa procedette con grande ordine e decoro”.

Il nostro testimone coglie un nesso tra l’uso pagano del Colosseo e la sua riconsacrazione attraverso la rappresentazione sacra, è un elemento importante di una tensione alla verità della fede che va maturando nell’ambiente romano e di cui l’esperienza confraternale è ambito privilegiato.

L’Arciconfraternita del Gonfalone, in questo memento non è più il solo grande sodalizio romano, e il suo culto pubblico non è più adeguato al movimento riformatore che invade la vita del popolo e dei nobili. Altri carismi espressi da grandi personalità di fede propongono nuove forme devozionali, si pensi alla Visita alle sette Chiese, alla esposizione del SS. Sacramento nelle SS. Quarantore o alla devozione privata degli Esercizi ignaziani. Resta al Gonfalone il compito di essere la “tradizione” responsabile della carità nei confronti del popolo e in questo la sua esperienza lo porta ad essere valorizzato dall’intelligenza preoccupata di Pontefici riformatori.

Arciconfraternita: un compito nella Chiesa

Il Breve “Omnipotentis” di Gregorio  XIII del 20 aprile 1579 riconosce l’efficacia della organizzazione posta in atto dall’Arciconfraternita e la mette in condizioni di porsi all’interno della società romana come punto di riferimento per tutta una serie di opere di carità che sono poi tipiche dell’intero movimento religioso laicale dell’epoca moderna. 

Lo statuto del 1584 giunge a ratificare la situazione di massimo sviluppo del sodalizio in tutti i suoi aspetti, da questo momento in poi il Gonfalone vive una stagione intensa e positiva che avrà negli Anni Santi i suoi momenti di esaltazione.

Sempre Gregorio XIII nel 1579 eleva il Gonfalone ad Arciconfraternita e nel 1581 affida ad essa “l’opera pia del riscatto degli schiavi” attività fino allora svolta dall’ordine dei  “Trinitari” e dai “Padri della Mercede”.

L’opera pia della redenzione degli schiavi diventa di fatto l’impegno principale del sodalizio dall’epoca di Gregorio XIII per tutto il 1600 e il 1700 fino alla decadenza del primo ‘800.

In questa opera la confraternita  spende ogni genere di energie: le sue aggregate sparse in Italia sono coinvolte nella raccolta di fondi, mentre la dirigenza romana instaura  rapporti diretti col Gran Sultano di Costantinopoli e col Viceré di Algeri per ottenere salvacondotti ai suoi negoziatori e accordi di libera navigazione. La sua attività ottiene spesso l’esito di una immediata liberazione  degli schiavi cristiani.

Il numero degli schiavi liberati fra gli anni 1581 e 1756 secondo un computo approssimativo del Ruggeri è di circa 5400 individui; ed essendo il prezzo del riscatto non minore di 400 Scudi le spese sopportate dal Gonfalone si devono calcolare in 2.160.000 scudi.

Il XVII Secolo

Scorre intenso il tempo per i confratelli del Gonfalone occupati a sostenere le loro opere e a mantenere viva la devozione del popolo romano. Il ‘600 è vivacizzato da momenti di particolare intensità per la vita di fede come gli anni Santi, tra i quali: se il Giubileo 1600 si caratterizza per la devozione del sofferente Clemente VIII, l’Anno Santo della metà del secolo vede la nostra Arciconfraternita particolarmente impegnata nell’opera di ospitalità.  Il  “servitio dell’alogio delle compagnie agregate” impegna ad un notevole esborso finanziario, come dimostrano i conti rigorosamente mantenuti dai confratelli. In particolare l’uso di accogliere le compagnie di pellegrini addobbando la città con meravigliosi apparati, evocativi dei misteri della fede, e, capaci di suscitare forti emozioni; destinati a far mantenere la memoria dell’evento, si trasforma in una gara tra le varie Arciconfraternite romane. Il “festarolo”  Geronimo Pisone è assunto dal nostro sodalizio a suon di scudi per addobbare Chiesa e Oratorio.

L’ultimo Giubileo del secolo per quanto le attività militari delle nascenti nazioni europee lo abbiano contenuto nella fastosità, vede l’ Arciconfraternita tesa a mantenere la propria dignità, nella memoria dell’Anno Santo 1675 il Gaetani sottolinea come sono spesi dal Gonfalone molti soldi per un nuovo stendardo “… nuovo e bello e vago ed anche più leggero dell’altro”. 

Tra le opere che la nostra Arciconfraternita sostiene in questo periodo assurge a particolare importanza, perlomeno economica, “l’opera pia” del riscatto degli schiavi, che già a partire dal 1595 viene finanziata con la cessione di una parte del Bollo sulle carte da gioco. 

L’opera sostenuta dalla volontà dei pontefici attraversando le varie contestazioni e le ricorrenti difficoltà economiche prosegue fino a varcare il nuovo secolo quando trova in Clemente XI un nuovo importante sostenitore.

Il XVIII secolo

Il secolo inizia con la nostra Arciconfraternita al massimo della sua attività, il patrimonio cumulato nel corso di mezzo millennio l’ ha resa una vera potenza e la sua incidenza sociale, grazie alle sue molte opere, è divenuta struttura stessa dello stato pontificio. Forse proprio questo suo essere centro di una società la rende fragile nei confronti delle nuove idee che dall’oltralpe si vanno diffondendo in Europa. Il rapido declino della vita del nostro sodalizio è sostanzialmente dovuto all’attacco subito dallo Stato Pontificio da parte della invasione militare napoleonica. Il ‘700 è ancora epoca di lavoro per i confratelli del Gonfalone fino al 1796 quando le truppe del nuovo imperatore, senza tradizione, entrano in Roma.

Il mutamento nella mentalità dei popoli europei e l’aumentata attività bellica degli stati, unite ad un veloce cambiamento nelle attività economiche producono anche una diversità nel modo con cui il nostro sodalizio mantiene le sue opere. I Giubilei del ‘700 sono caratterizzati da un minore afflusso di pellegrini e per quanto si mantiene la tradizione dell’accoglienza festosa degli stessi il livello della fastosità cala notevolmente. Gli ospedali ormai tesi alla specializzazione tendono a ridursi di dimensioni e hanno sempre meno bisogno del lavoro volontario generico.

L’attività del riscatto degli schiavi si riduce di intensità  a causa delle guerre che rendono precarie le comunicazioni nel Mediterraneo e da costante preoccupazione diventa intervento saltuario a partire da richieste esplicite. E’ infatti interessante notare come da un certo momento del secolo, l’attività del riscatto cambia modalità e da ricerca in terre “barbare” di cristiani schiavizzati, diventa intervento di riscatto su contrattazione, dietro esplicita istanza della persona stesa o di un parente. Più un opera di mediazione che un intervento gratuito in nome della fede, anche se spesso il denaro necessario proviene dalle casse della Arciconfraternita.

Il secolo finisce con lo Stato Pontificio nella più grande delle confusioni e una Roma senza Papa.

Il XIX secolo

L’Arciconfraternita è costretta alla inattività, l’Oratorio è chiuso e il sodalizio formalmente soppresso, anche se resta viva la volontà dei devoti che mantengono la memoria e proteggono le strutture.

Passata la bufera napoleonica, la reintegrazione dell’ordine antico per la Arciconfraternita del Gonfalone è opera di Mons. Giovan Battista Bussi, Uditore Penale e Primicerio della Arciconfraternita che durante il periodo  napoleonico è tradotto a Parigi dove rimane fino al maggio dell’anno 1814; egli ha cura di restaurare l’Oratorio, affidando l’incarico di ritoccare e ripulire gli affreschi al pittore Paolo Tonsi.  

L’attività del sodalizio riprendono con l’apertura dell’oratorio nel gennaio 1823.

Gregorio XVI nel 1830 in una generale riorganizzazione dello Stato Pontificio affida alla Arciconfraternita la direzione della “Casa del Rifugio” presso S. Maria in Trastevere; eretta da Pio VII  nel 1806 per accogliere le donne che uscivano dal carcere di S. Michele.

L’opera di carità rimase attiva fino al momento in cui avvenuta l’unità d’Italia le leggi del nuovo stato ne decretarono la chiusura, lasciando il nostro sodalizio privo dei suoi mezzi. Intanto le cambiate condizioni di vita e le nuove forme di aggregazione del mondo cattolico facevano cadere del tutto il culto che da sempre alimenta la vita dei confratelli.

Il nuovo secolo vede un sostanziale abbandono delle strutture, Oratorio e Chiesa che cadono in declino, fino a quando, l’Archivio memoria storica della vita del sodalizio è riversato nel 1911 all’Archivio Segreto Vaticano.

Il XX secolo

All’inizio del nuovo secolo L’Arciconfraternita del Gonfalone è ormai solo un nome, in decadenza il culto a S. Lucia, perduto il suo solito splendore e  priva di una autentica fraternità la vita dell’Oratorio languiva. Il vicariato di Roma, in previsione di un abbandono delle strutture e per evitare una loro definitiva perdita, affida S. Lucia del Gonfalone ai sacerdoti della recente Congregazione dei Missionari Figli del Cuore di Maria, fondata in Spagna da S. Antonio M. Claret.  Mentre l’Oratorio è chiuso e le chiavi sono affidate agli stessi Padri subentrati in S. Lucia.

Nel 1933 l’Oratorio, quasi che fosse insopportabile ai romani di saperlo privo di una attività, è affidato all’opera di assistenza ai Netturbini , sotto la direzione del Rev. Mons. Don Ariodante Brandi. Un opera semplice e squattrinata, ma legata alle migliori intenzioni di solidarietà e sviluppo della vita sociale che l’esperienza cristiana abbia mai concretizzato.

L’attualità del Gonfalone è quella della vita che ancora si svolge al’interno del suo Oratorio, restaurato e riaperto al pubblico nel 1968 è sede del Coro Polifonico Romano che ha voluto assumere il nome dell’Antica Arciconfraternita.